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mercoledì 25 ottobre 2023

Cultura Commestibile - articolo di Elisabetta Pastacaldi

 


Lo spazio all’interno e all’esterno del cinema Terminale a Prato è da tempo diventato lo studio e la fucina dell’artista contemporaneo Ignazio Fresu, capace di lasciare il segno nell’immaginario collettivo grazie a opere visionarie di grande impatto. Formatosi al liceo Artistico di Cagliari e poi all’Accademia a Firenze, nasce come pittore ma ben presto si dedica alla scultura, concepita come installazione: si verifica quindi il passaggio dalla bidimensionalità alla quadrimensionalità con forme parlanti che si avvicinano a progetti architettonici, capaci di interagire col pubblico e di sollecitarne i sensi come fa la musica, altrettanto astratta e avvincente. L’artista utilizza materiali di recupero, con l’intento di esprimere il concetto di trasformazione e impermanenza: tutto si adatta, tutto cambia e si trasforma, la materia si modella in base alle forme volute dall’artista , sempre più ermetica e stimolante, ma anche pronta a assumere la dimensione e i significati cercati dal pubblico. Metalli, granulati di pietra per rivestire gli oggetti, divenuti ormai polverosi nel tempo, muti testimoni di un’altra vita, di un momento trascorso. Se poi l’oggetto da trasformare e da far esprimere non esiste, lo scultore lo realizza e lo crea. Dall’idea iniziale nasce il progetto dell’opera di conseguenza la ricerca e/o la realizzazione degli oggetti che ne faranno parte. Un’altra peculiare caratteristica dei lavori di Ignazio Fresu è la desaturazione del colore: in un mondo dove il colore imperversa, dove le immagini si susseguono frenetiche e abbaglianti, il colore meno vivo, vicino al grigio, desaturato, fa risaltare ancor più la forma, è un invito rivolto al pubblico a osservare con attenzione le forme per impadronirsi dei contenuti autentici. Se molte opere dell’artista appaiono di difficile interpretazione, le più recenti si rivelano più didascaliche e facili da comprendere Polvere è una di queste, densa di malinconia, ma anche di poesia : si tratta di una camera da letto ormai vuota, dove gli oggetti esprimono nel loro abbandono un senso di spossatezza ma anche di impotenza. Il destino è compiuto, l’amore è finito e ciò che rimane è un letto sfatto e oggetti d’uso comune sparsi qua e là. Le lenzuola sono un groviglio senza senso, buttate sul letto, arruffate, mute testimoni dell’amore consumato e forse di un triste ritorno alla realtà. Rifacendosi ai temi più caldi del presente, Fresu realizza opere come “De rerum”, reificazione, concretizzare nella materia un concetto astrato, in questo caso si tratta di 20 manichini che rappresentano la spersonalizzazione dell’uomo moderno, in una società disumanizzata che considera le persone come oggetti; Vanitas, gambe di donna, una condanna del mondo della moda, emblema del capitalismo e dello sfruttamento sia dell’uomo che del pianeta, quella moda che esprime il concetto di femmina seducente- oggetto del desiderio, spesso vittima di stupro e femminicidio. Un altro elemento spesso presente nelle installazioni di Fresu è il libro, testimone della conoscenza umana, libri accumulati l’uno sull’altro, libri di pietra sparsi in un prato, per sottolineare il legame uomo natura . Tutti i lavori sono frutto di una profonda elaborazione concettuale che si protrae nel tempo, essi sono per lo più di grandi dimensioni come per esempio i tubi di cartone di Prato ricoperti con polvere di ferro fatta arrugginire e collocati in un equilibrio precario a testimonianza del fatto che “nulla perdura se non il mutamento”. L’artista li vedrebbe destinati a luoghi pubblici, come lo è per esempio la scultura “Fragile”, collocata a Oste nel parco delle sculture, dove il fruitore non necessariamente un esperto d’arte, potrebbe però essere stimolato a interrogarsi e a riflettere, ponendosi sul piano ideale di chi li ha realizzati.

Articolo di Elisabetta Pastacaldi

mercoledì 2 luglio 2014

Articolo di Alessio Brugnoli su iI Cantooscuro



Cento Scale

100scale


Nella Bibbia si narra di Giacobbe che, durante il suo viaggio essendo giunto in un certo luogo, e volendo riposarsi dopo il tramonto del sole, prese una delle pietre che stavano per terra e, ponendola sotto la testa, dormì in quello stesso luogo. E vide in sogno una scala che poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo, e vide anche alcuni angeli che vi salivano e vi scendevano.
Immagine che ricorre anche nella tradizione islamica, Maometto vide una scala che saliva nel Tempio di Gerusalemmw fino al Cielo, con gli angeli a destra e a sinistra; sulla scala le anime dei giusti salivano verso Dio, e in Dante che nel nel cielo di Saturno, descrisse una scala d’oro innalzarsi vertiginosamente fino all’ultima sfera celeste, sulla quale salivano le anime dei beati.
Simbolo forte la scala, che Guénon, immagina a come immagine dell’ascesi verso il Divino
Gli angeli rappresentano propriamente gli stati superiori dell’essere; a essi corrispondono quindi più particolarmente i pioli, il che si spiega con il fatto che la scala dev’essere considerata con la base poggiata a terra, cioè, per noi, è necessariamente il nostro mondo il «supporto” a partire dal quale si deve effettuare l’ascensione.
Ma in una società sempre più laica come la nostra, è ancora possibie parlare di dimensione spirituale ? E’ una delle domande che si pone Ignazio Fresu con Cento Scale, la spettacolare installazione che verrà inaugurata questo pomeriggio lle ore 19 nel giardino Buonamici a Prato. L’opera potrà essere ammirata tutti i giorni dalle 19 alle 2 di notte, esclusa la domenica, fino al 16 settembre.
Il punto di partenza di Ignazio è nella poesia di Montale
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
in cui si evidenzia come la Realtà vada al d là dell’apparenza fenomenica, ma consista in un mistero inspiegabile.
E la Spiritualità, in questi giorni è qualcosa di più e di diverso dell’affidarsi a certezze fideistiche; è interrogarsi di continuo sulla Natura dell’Essere, cercando un senso fragile e fallibile, alla propria vita, sognando di arrampicarsi versi l’Infinito, sempre incerti se trovarvi il Tutto o il Nulla… Articolo


sabato 28 giugno 2014

Installazione presso il Giardino Buonamici a Prato

Cento Scale

Inaugurazione lunedì 30 giugno ore 19,00
Presentazione  di Attilio Maltinti
Aperto tutti i giorni esclusa la domenica dalle 19.00 alle 02.00 fino al 16 settembre




venerdì 17 gennaio 2014

Intervista Cultura Consumabile

La bellezza in cenere 
Intervista a Ignazio Fresu di Letizia Magnolfi


Ignazio Fresu, classe 1957, artista internazionale di origine sarda che si esprime tramite installazioni e
sculture contemporanee e che solo nel 2013 ha esposto 13 opere, ci ha offerto la possibilità di parlare con
lui.
Ignazio, quando è nata la Sua passione per l’arte?
Credo di aver sempre avuto passione per l’arte sin dalla più tenera età. I miei primi ricordi sono legati a quei “giochi” fatti di disegni con le matite colorate e di collage con figure ritagliate e incollate su fogli di carta. Giochi che, nella costante preoccupazione dei miei genitori e insegnanti, ho sempre preferito alle altre attività scolastiche.

domenica 29 luglio 2012

Il riscatto del Sacco dell’Arte

Cinquecento anni fa, come purtroppo accadeva all'epoca in molti altri luoghi, Prato subì una devastazione e quella di Prato fu particolarmente cruenta.
Anche oggi, nei confronti della crisi economica che stiamo subendo, Prato è succube di una profonda crisi che ha preceduto quella nazionale e internazionale, ma, come spesso accade, le crisi aiutano a superare l’adagiarsi in un’esistenza apatica e trovare nuovi stimoli.
Frequentando Prato mi capita sempre più spesso di rilevare in modo preponderante una nuova e appassionata attenzione nei confronti della città, dei suoi monumenti e dei luoghi della cultura, da parte dei pratesi.
Si è invertita la tendenza per quel diffuso disinteresse nei confronti dell’arte e i luoghi d’interesse storico artistico della città, causato, credo, dalla totale vocazione per il lavoro e il profitto economico.
Questo disinteresse si manifestava nella sottovalutazione degli importantissimi monumenti storico artistici presenti in città e dall’incombente vicinanza di un luogo come Firenze che alla vista di turisti per le strade di Prato, faceva esclamare “si sono persi!”.
Eppure Prato, negli anni del dopo guerra, aveva vissuto una stagione di straordinario interesse artistico culminato nella seconda metà degli anni settanta con il teatro e grandi mostre di risonanza internazionale.
Negli anni Cinquanta arrivò a Prato Frank Burattin che, conoscendo artisti e pittori, fece venire una serie di personaggi emergenti che si riunivano intorno alla galleria Farsetti che in seguito diventerà una delle maggiori case d’asta. Ebbe così inizio una certa aggregazione di personaggi come De Micheli, Marchiori, Franco Russoli e decine e decine di critici e poi tutti i pittori, veneti principalmente, ma anche del milanese.
Inoltre a Prato, c'era all'epoca un gruppo di collezionisti tra cui quello che è poi diventato uno dei più grandi collezionisti europei, Giuliano Gori che dagli anni Cinquanta ha sempre creduto nell’arte contemporanea e ora è una ”istituzione europea”, e in seguito Carlo Palli che ha lanciato e dato lustro alla Poesia Visiva che nasceva tra Firenze, Prato e Pistoia.
L’arte contemporanea ha distinto la città, e con il Fabbricone - grande fabbricato industriale tessile in disuso - utilizzato nel 1974 dal celebre regista teatrale Luca Ronconi che  ne fece uno dei più grandi centri teatrali sperimentali d’Italia, fu inaugurata una  stagione che si pose come centro di produzione teatrale e si affermò nel panorama nazionale. Al progetto del Fabbricone collaboreranno Dacia Maraini, Gae Aulenti e Umberto Eco.
Con le grandi mostre di Henry Moore e le suggestive installazioni di Dani Karavan, Prato raggiunse il culmine che sfocerà nell’istituzione del Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci.
Il nuovo museo, primo nel suo genere in Italia, riscosse immediatamente uno straordinario successo internazionale, ma con gli anni, insieme ai riconoscimenti mondiali, perdeva sempre di più contatto con il territorio, tanto da essere visto dalla cittadinanza come un elemento estraneo.
Dopo un periodo durato alcuni anni di un certo disinteresse da parte della popolazione per le attività culturali - che corrisponde al periodo di crisi economica nazionale degli anni novanta, ma che vide invece a Prato un momento di relativa ricchezza economica - si assiste oggi ad una nuova consapevolezza da parte dei pratesi nei confronti dei loro valori artistico - culturali.
Ho sentito per la città, gruppi di persone discutere animatamente sulla necessità di rispettare il centro storico, di non permettere alle auto di percorrere e parcheggiare in piazza del duomo. Ho sentito semplici cittadini vantarsi con entusiasmo delle “bellezze della città”, ho visto passanti preoccuparsi dello stato delle opere, dei musei, convenire sulla necessità di proseguire i lavori di scavo e di valorizzazione dell’Etrusca Gonfienti, manifestare orgoglio per il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci. Centro che oggi è diventato il Museo d’arte contemporanea della Regione. La Regione Toscana sosterrà il Centro Pecci nella promozione dell’arte, dell’architettura e della cultura contemporanea attraverso la programmazione di mostre ed eventi ma anche con attività di formazione del pubblico e di documentazione presso la propria biblioteca.
Il nuovo Pecci sarà laboratorio dei linguaggi del contemporaneo, ma anche museo capace di offrire con la sua prestigiosa collezione, il meglio dell'arte che negli ultimi anni ha avuto un sostanzioso accrescimento, e che con gli anni è diventata un fondamentale collettore della memoria storico-artistica della regione, svolgendo il compito primario di conservazione e promozione d’importanti realtà ed artisti.
Questo rinato entusiasmo della popolazione che crede nel valore della cultura e delle arti, che sa vivere il tempo presente nelle molte sfide che questo pone, dove la cultura assume un ruolo basilare per immaginare il futuro, si concretizza nell’offerta museale e turistica, offrendo la possibilità di poter unire l’archeologia, il medioevo e il Rinascimento, fino alla contemporaneità. Un nuovo e articolato sistema di strategie che permetterà crescita culturale e nuove opportunità per vivere il nostro tempo.
Ignazio Fresu

sabato 3 marzo 2012

COME EVITARE LA MERCIFICAZIONE DELL’ARTE NELL’ERA DELLA SUA RIPRODUCIBILITÀ TECNICA

da SCKEDA

Alla fine dello scorso mese si è celebrato a Bologna l’annuale rito dell’Arte Fiera, la più importante mostra mercato dell’arte italiana dove gallerie d’arte provenienti da tutto il mondo, espongono in vendita le opere dei loro artisti.

Quest’anno l’importante vetrina è apparsa sottotono rispetto alle precedenti edizioni, sia per il forte calo di presenze degli espositori che dei visitatori. Come valutare questo fatto? causa della crisi economica o primo passo verso una ritrovata consapevolezza che considera l’arte non più solo merce?

Quello che stiamo attraversando è un periodo particolarmente difficile per l’arte contemporanea a causa dei tagli a quelle strutture come i musei dedicati alla promozione del contemporaneo che hanno ridotto o cessato del tutto l’attività: è accaduto per esempio alla Fondazione Pomodoro a Milano e al MADRE di Napoli. Nondimeno le vendite di opere d’arte non conoscono la crisi dell'euro e il rallentamento della crescita economica, tanto che nel 2011 hanno avuto ricavi record con incrementi che, secondo i dati forniti, sono stati del nove per cento rispetto al 2010.

lunedì 20 febbraio 2012

La Rivelazione come Dissonanza

Nel suo celebre aforisma 125, Nietzsche sosteneva che i valori assoluti in cui potersi unanimemente riconoscere erano morti, che ogni morale si basa su principi astratti e che non è dato conoscere la realtà ma solo l’apparenza.
Questa dimensione traumatica è solo un momento di passaggio in relazione ad un contesto più ampio che prevede l’avvento di un uomo nuovo.
La presa d’atto che non ci sono più verità, nemmeno quelle di più alto valore, ad una lettura superficiale apre la strada al nichilismo. In realtà l’uomo della morale è un uomo parziale, è ciò che la morale gli consente di essere, attraverso imposizioni sociali che mirano alla negazione della sua individualità. La morale soffoca l’anima e mutila l’uomo delle sue energie vitali. Superando la morale, l’uomo nuovo si riappropria della propria naturalità. In tal senso, vinti i limiti delle convenzioni, egli diventa né buono né cattivo ma completamente realizzato nella propria essenza.


venerdì 22 aprile 2011

La Biennale di Venezia

La Biennale di Venezia offre uno spaccato del nostro presente assolvendo al compito, unico nel suo genere, di mostrare l'arte della contemporaneità, le tendenze, le scuole, i movimenti, gli artisti, attraverso le partecipazioni nazionali.
Per questa sua particolare unicità La Biennale di Venezia è una grande confederazione dell’arte, dove le nazioni nella loro indipendenza ed autonomia culturale, si ritrovano in un luogo universalmente sacralizzato alla cultura, a mostrare le opere dei loro artisti.
La storia della Biennale di Venezia è una storia di collaborazioni tra gli Stati, che anticipa tutte le grandi organizzazioni internazionali sorte in difesa e per lo sviluppo della cultura nel mondo. In un certo senso è investita dallo stesso spirito che alla fine del XIX secolo vide le nazioni organizzare la prima Olimpiade dell'era moderna svoltasi ad Atene nel 1896, ma anche la grande Esposizione Universale di Parigi del 1889.
La Biennale di Venezia nasce come società di cultura nel 1895 e ben presto al Padiglione Italia, sede dell’esposizione, si affiancarono ben 27 nuovi complessi architettonici, realizzati dalle nazioni che aderirono all’iniziativa ad opera di famosi architetti (fra cui Carlo Scarpa, James Stirling, Alvar Aalto, Bruno Giacometti, il gruppo milanese B.B.P.R.) con lo stile delle più diverse architetture mondiali.
Ad oggi le partecipazioni nazionali sono tantissime ed in questa 54 Esposizione Internazionale d’Arte, rispetto alle 77 della precedente, salgono al numero record di 88. Saranno, inoltre, proposti da enti e istituzioni internazionali più di 40 eventi collaterali con loro mostre e iniziative in vari luoghi della città.
La 54. Esposizione Internazionale d’Arte, diretta da Bice Curiger, si svolgerà dal 4 giugno al 27 novembre 2011 ai Giardini e all’Arsenale (vernice 1, 2 e 3 giugno), nonché in vari luoghi della città lagunare. La mostra che dà il titolo a questa cinquantaquattresima, ILLUMInazioni – ILLUMInations, sarà allestita al Padiglione Centrale nei Giardini e all’Arsenale, formando un unico percorso espositivo con 82 artisti da tutto il mondo. Titolo che già nella sua grafia, messo in evidenza dal gioco di parole, si rivolge ai lumi delle nazioni. In questa edizione il Padiglione Italia all’Arsenale sarà curato da Vittorio Sgarbi, che intende riabilitare attraverso un revisionismo storico dell’arte recente, artisti che negli anni passati non hanno goduto dell’attenzione che a suo giudizio avrebbero meritato.
Tra le novità di questa edizione sono previsti alcuni progetti tra cui particolare interesse suscita Biennale Sessions. Un progetto rivolto a Università, Accademie di Belle Arti, istituzioni di ricerca e formazione e che si propone l’obiettivo di favorire la visita della mostra a gruppi di studenti e docenti, che potranno organizzare seminari in uno spazio messo a disposizione gratuitamente. Inoltre il progetto denominato Meetings on Art, che prevede l'organizzazione di una serie di incontri e seminari con artisti, curatori, filosofi e teologi previsti nel mese di giugno e alla ripresa autunnale.

mercoledì 6 ottobre 2010

Intervista a Edoardo Nesi

Ignazio Fresu intervista l’assessore alla cultura della Provincia di Prato, Edoardo Nesi
da SCHEDA

Cosa avete fatto come assessorato alla provincia di Prato nell’ambito della valorizzazione delle differenti forme culturali in quest’ ultimo anno ?

La città presenta una situazione storica sociale completamente diversa da quella di tutte le altre città toscane e questo per la presenza di una comunità cinese particolarmente forte e strutturata.
La prima cosa che abbiamo fatto è stata quella di far tradurre in italiano uno studio della Monash University che aveva commissionato a professori diversi studi sull'immigrazione cinese a Prato. Uno studio che è il primo del genere. In effetti la situazione è molto complessa, non si riesce neanche a decidere quanti siano.
Ci sembrava quindi giusto partire da questa operazione per dare un fondamento scientifico alle azioni che dovevamo intraprendere. I cinesi sono in varie parti del mondo ma qui si analizzano le varie differenze con le varie situazioni.
Poi con Veronesi e la direttrice Monash University, Loretta Baldassar abbiamo deciso di istituire un concorso letterario per immigrati di seconda generazione, con l'idea che chi nasce a Prato, cresce a Prato, studia e lavora a Prato, è pratese, non può bastare il colore della pelle o il taglio degli occhi non può interessarci, siamo uomini di cultura e può bastarci molto meno, ma la Costituzione obbliga tutti gli italiani a pensare a questa cosa. Però perché abbiamo pensato a loro e non abbiamo aperto a tutti? Perché abbiamo bisogno di sentire la loro voce perché non la sentiamo. È di oggettiva difficoltà e abbiamo preferito riservare a loro questo concorso: io e Sandro saremo in giuria e leggeremo le loro opere e speriamo di trovare qualche futura promessa letteraria.

domenica 12 settembre 2010

Una biblioteca come circolo culturale

Intorno al problema della localizzazione
da SCKEDA: intervista di Ignazio Fresu a Piero Cantini
direttore del CID Arti Visive del Museo Pecci


1 Pecci di Prato Ignazio Fresu Domenico Cantini CID bibioteca Skeda Proteo.m4v 2

Pecci di Prato Ignazio Fresu Domenico Cantini COD biblioteca Skeda Proteo.m4v

Ignazio Fresu:  La biblioteca del Pecci è assolutamente unica nel suo genere perché possiede oltre a una vasta documentazione anche opere sull'arte contemporanea venendosi a costituire come una biblioteca unica nel panorama italiano. Come si presenta nei confronti della Regione e quindi anche a livello nazionale?

Piero Cantini:  La biblioteca CID Arti Visive è stata ed è tuttora un faro nel sistema bibliografico italiano non solo per il materiale che ha ma anche per il modo in cui lo tratta. Il sistema di archiviazione è stato all'avanguardia ed è stato preso ad esempio da molte altre biblioteche. La nostra scheda-evento non è solo un'inventariazione ma permette una ricerca approfondita. Per questo è stata un faro nel passato e lo è anche oggi sebbene oggi sia stata copiata ampiamente e non sia più unica.

Ignazio Fresu. Per quanto riguarda Prato la biblioteca resta un mero elemento culturale sconnesso dalla città o vi ha una funzione particolare?

Piero Cantini:  Nei momenti in cui la crisi complessiva è più forte è difficile che un elemento di qualità riesca ad emergere. La biblioteca ha degli alti e dei bassi, anche se io sono incerto nel decidere quali siano i bassi e quali gli alti. Si potrebbe pensare che gli alti siano quelli dove è più visibile un afflusso massiccio di pubblico. Ma si potrebbe anche pensare che gli alti siano quando il pubblico è scarso ma la biblioteca viene individuata come punto di ricostruzione dell'attività artistica. In effetti proprio in questo momento stiamo progettando di riunire gli artisti dell'area metropolitana ponendo proprio la biblioteca come punto di salvezza della produzione artistica. Gli artisti sono chiamati a riunirsi in una specie di circolo culturale, a fare proposte, a fare i loro cataloghi e a individuare la biblioteca come un punto di esportazione. In effetti l'arte ha come funzione avanzata proprio quella di abituare le persone a distinguere. Noi non abbiamo l'ambizione di dare indicazioni su ciò che vale e ciò che non vale, Il nostro direttore artistico da le sue indicazioni, ma per quanto ci riguarda la biblioteca deve essere un punto dove si apprende l'arte del distinguere. Forse questo non è un momento di alto afflusso, ma forse questo è un momento alto della funzione della biblioteca.

martedì 25 maggio 2010

E' la simultaneità della materia che si trasforma

E' la simultaneità della materia che si trasforma in pittura e della pittura che si trasforma in materia, che ricerco con il mio lavoro. Prefiggendomi, non di risolvere l’ambiguo antagonismo tra la funzione rappresentativa della pittura e la sua natura autoriflessiva, ma di superare la soglia dell’immagine, attraversando lo spazio mitico che separa la superficie dalla sua rappresentazione, dissolvendola nella materia e in ciò che questa evoca e che sopravvive nell'era del digitale e del globale.

L’immagine è la superficie, la superficie è materia. Esiste fisicamente, non è affatto un'illusione, una magia: ciò che vedi è ciò che vedi: è "archetipo", "origine", "modello", "sostanza", identifica il concetto nel significato.In questo passaggio dall'immagine alla materia, al criterio rappresentativo si sovrappone quello “mostrativo”, realizzando il principio generale dell'arte astratta per la rimozione di ogni significazione rappresentativa ma al contempo, nella riduzione della rappresentazione a “mostrazione” subentra l'idea di un reale che si configura come matrice del colore e della forma, dove la superficie si mostra come supporto dell'immagine e del significante.

martedì 15 settembre 2009

Apeiron



Nell'àpeiron , Anassimandro, filosofo greco del VII sec.a.C., riconosce il principio della realtà nell'infinito. I significati principali della parola sono infinito e indefinito, il primo con valenza quantitativa, il secondo con valenza qualitativa. Per Anassimandro entrambi i significati sono allo stesso modo contenuti nel termine àpeiron che considera come quel qualcosa da cui deriva tutta la realtà, quel qualcosa dove tutta la realtà va a finire e quel qualcosa in cui tutta la realtà permane e dove ogni cosa si trova nella condizione della coincidenza degli opposti che racchiude in sé anche le cose contrarie tra loro.

L' àpeiron è la dimensione eterna entro la quale tutti i contrari sono presenti, ma soggetti alla legge del tempo che si manifesta attraverso il mutamento nella diversità, nella molteplicità. L’àpeiron è il principio di tutte le cose nel divenire, nell'evidenza stessa del tempo dove ogni cosa è soggetta alla temporalità, dove ogni aspetto del mondo muta perché è il tempo che determina questo stesso mutamento: il tempo che si esprime nel passaggio delle cose da uno stato all'altro ed in questo passare, diventare altro, costituisce l'essenza stessa del cosmo dove”Tutte le cose sono uno", come afferma Eraclito, ovvero ogni cosa che si contrappone alle altre ha in comune con le altre un determinato aspetto: l'opposizione, la relazione necessaria con le altre cose dalla quale scaturisce necessariamente il loro significato.

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Apeiron (infinite or limitless)

In what he calls àpeiron, Anaximander, a Greek philosopher of the 7th century B.C. recognises the beginning of reality in the infinite. The main meanings of the word àpeiron are “infinite” and “indeterminate”, the former in a quantitative sense and the latter in a qualitative sense. For Anaximander both meanings are, at the same time, contained in the term “àpeiron” which he considers as that something from which all reality derives, where all reality ends up, in which all reality remains and where anything is found along with its coinciding opposite, thereby even containing and embracing things which are contrary to each other.

The àpeiron is the eternal dimension within which all things and their opposites are found but these things are subject to the law of time which manifests itself through change in diversity and multiplicity. The àpeiron is the beginning of the becoming of all things throughout time, where everything is subject to time, where every aspect of the world changes because of time which determines this changing. Time which manifests itself in the passing of things from one state to another and in this passing, by becoming something else, makes up the very essence of the cosmos where “All things are one”, as Heraclitus affirmed. In other words, any thing which is in opposition to others has an aspect in common with those others, namely, opposition, which is the relation necessary to those other things to give them meaning.



"Apeiron" durante l'esposizione che si tenne alla fine del 2005 presso la Net Gallery di Firenze.

domenica 28 giugno 2009

L’armonia nascosta è più forte di quella manifesta



“L’armonia nascosta è più forte di quella manifesta” (Eraclito)

Il senso di questa mia installazione necessita di una descrizione in più che meglio si esprime nella traduzione dal greco antico dei Frammenti di Eraclito fatta da Emanuele Severino: “L’armonia nascosta vale più di quella che appare”. Le mele, appese con un invisibile, sottile filo di nylon, sono vere mele cui ho vetrificato la superficie esterna ricoprendola con una resina epossidica trasparente ed inalterabile che lascia intravedere al suo interno la vera mela mentre lentamente si decompone, trasformando la sua natura autentica in una essenza immateriale, sotto un velo bianco che cela appena il ricordo della sua forma originaria così com’era stata nell’apparenza.

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“Hidden harmony is stronger than that which is evident” (Heraclitis)

Installation at Artour-O contemporary art exhibition inside the Hotel Imperial Palace at Santa Margherita Ligure near Genoa.

The meaning of this installation of mine requires a further description which is best expressed in the translation from ancient Greek of Heraclitis’ “Fragments” by Emanuele Severino, which can be rendered in English as “Hidden harmony is worth more than that which appears”. The apples, which have been hung with a fine, invisible nylon thread, are real apples whose outside surface has been glazed using epoxy resin which is transparent and unchangeable and which allows one to see the actual apple inside as it slowly decomposes, thereby transforming its real nature into an immaterial essence beneath a white veil which barely conceals the memory of how it appeared in its original form.

mercoledì 24 giugno 2009

Negli stessi fiumi entriamo e non entriamo, siamo e non siamo



Da "I fiumi" di G. Ungaretti

Nel divenire, ogni sostanza è provvisoria e mutante, pur avendo una apparente persistenza noi possiamo e non possiamo attingere una cosa come medesima: siamo “sostanza - non – sostanza” che entra a sua volta in contatto con “sostanze - non – sostanze”. Ciò che è, anche non è, nel mondo visibile. nessun oggetto fenomenico è permanente per il soggetto che lo attinge nel tempo. E l’acqua, piuttosto che un oggetto è uno “scorrere”: è un oggetto impermanente costituito di impermanenza.

“We enter and don’t enter the same rivers: we are and we aren’t”

In becoming, each substance is temporary and ever-changing. In spite of its having a constant sameness we can and cannot consider a thing as the same: we are “substance – non-substance” which, in turn, comes into contact with “substances – non-substances”. In the visible world that which is also is not. No phenomenal or perceptible object is permanent for he who observes it over time. And water, rather than being an object is a flow, an impermanent object made up of impermanency.

martedì 23 giugno 2009

Frammenti di de-composizione



Quando ci guardiamo intorno cercando di capire il nostro tempo, ci si convince abbastanza presto che la decomposizione è il nostro destino. Restano solo frammenti da ricomporre e reinterpretare nel tentativo di non separarci dalle nostre cose, dalla nostra vita. Attraverso l'alchemica trasformazione della disgregazione entropica in frammenti, frughiamo tra le scorie, tra piccoli pezzi come tra residui dei propri sogni, alla ricerca della "pietra filosofale", o meglio della ferraglia esistenziale di una nascosta interiorità presente in ogni frammento, brandello di icastici simulacri.

I lavori che presento sono "ectipi": modelli derivati da qualcosa di cui si è cancellata, dimenticata l'origine. Stele per l'uomo sopraffatto e soffocato dai residui dei suoi consumi. La nostra è una società in cui si tende con incredibile e spaventosa disinvoltura a rottamare, gettare, eliminare, dimenticare, disperdere, riciclare tutto ciò che non è più nuovo, che non è più efficiente, che non è più perfetto e giovane, lucido, integro e integrabile in un sistema che gravita intorno a un consumismo alienante, sfrenato, esagerato, schiavo del dio denaro, che sta uccidendo l'anima, sta cancellando il nostro tempo per osservare, per apprezzare, per pensare, per meditare, il tempo dell'essenza dell'uomo.

IGNAZIO FRESU



FRAGMENTS OF DE-COMPOSITION

When we look around us, trying to understand the times in which we live, we soon convince ourselves that our destiny is decomposition. The only thing left to us are fragments to be put back together and reinvented in an attempt not to separate ourselves from our things, from our life.
Through the alchemical transformation of the "entropic" degradation into fragments, we rummage among the waste materials, among tiny pieces, as if among the residue of our own dreams, seeking the "philosopher’s stone", or rather, existential scrap-iron of a hidden inner quality which is present in each fragment, a shred of figurative simulacra.
The works presented are "ectypes" or copies: models derived from something whose origin has been cancelled and forgotten – stelae for man overcome and suffocated by the remains of his own consumption. Ours is a society in which we brazenly tend to scrap, throw away, eliminate, forget, lose and recycle anything which is no longer new or efficient, which is no longer young, shiny, whole, integral or able to be integrated and is imperfect in a system which gravitates around uncontrolled, excessive and alienating consumerism. We have become slaves of the god, money, which is killing our soul and stealing our time to observe, appreciate, think and meditate. Time for the essence of man.

IGNAZIO FRESU

lunedì 22 giugno 2009

Nulla perdura se non il mutamento



Fotografie scattate presso la Cappella di Villa Vogel, Firenze, Marzo 2006 - Photographs taken at the chapel of Villa Vogel, Florence in March 2006. Altre immagini - Other images

La mia installazione dal titolo: “Nulla perdura se non il mutamento” tratto dai “Frammenti” di Eraclito, si presenta come una struttura instabile appesa al soffitto della sala espositiva con dei sottilissimi fili di nailon, in palese contrasto con l’apparente pesante massa ferrosa arrugginita dei tubi e dei giunti di cui si compone. Tubi pericolanti intrecciati in un equilibrio impossibile con l’intento di procurare nello spettatore un effetto di straniamento e di precarietà immanente, la percezione della caducità dell’uomo e del suo tempo.

In tutte le mie installazioni ricerco l'intersezione di dimensioni differenti e, di queste, colgo la trasformazione, la mutabilità. Ritengo sia questa la condizione per recepire il senso di una “bellezza” non convenzionale “differente” e “contrastante” alla bellezza così come è comunemente intesa. Quello, infatti, che cerco di realizzare è una bellezza interiore che è per sua natura precaria, traballante, effimera, fuggevole e prima di ogni altra cosa insostenibile! Insostenibile poiché non è specchio del discorso in cui si celebra la descrizione del mondo raccontato, simulacro e rappresentazione dell’immagine di se stesso e dell’apparenza, narrazione del consenso. Attraverso i mezzi di comunicazione di massa dalla tv a internet, la realtà del mondo non è più discernibile dal racconto del mondo, il consenso non avviene più sulle cose, ma sulla descrizione delle cose, che ha preso il posto della loro realtà.

Con i miei lavori intendo porre l’attenzione sulla realtà tangibile, utilizzando materiali impermanenti e dando particolare risalto alla loro mutevolezza. Nell’installazione in questione ho utilizzato degli imballi di polistirolo, per i giunti e tubi di cartone scartati dall’industria tessile, ricoperti di materiali ferrosi di recupero e poi ossidati. Attraverso la loro natura deperibile voglio rivolgermi alla sfera interiore. Pur servendomi della mimesi - condizione prioritaria nell’arte - non intendo limitarmi a formulare immagini illusorie ma proporre l’opera nella sua reale condizione d’impermanenza.

L'impermanenza è veramente la realtà di fronte ai nostri occhi: nulla persiste, tutto cambia, e quasi mai cambia secondo il nostro desiderio. Pur appartenendo a questo mondo di simulacri e nelle inevitabili contraddizioni che i miei lavori implicano, guardo all'arte non come ad un feticcio, come a qualcos'altro da sé, bensì in sé. Non come ad un'essenza della cosa, ma come la cosa in sé, capace di profondere bellezza così com'è.

Ignazio Fresu



NOTHING LASTS EXCEPT CHANGE

My installation entitled “Nulla perdura se non il mutamento” (“Nothing lasts except change”), taken from Heraclitus’ “Fragments” appears as an unstable structure hanging from the ceiling of the exhibition room, held by fine nylon thread, in clear contrast with what appears to be a heavy, rusty iron mass of disintegrating pipes and joints. These precariously balanced intertwined pipes are meant to create within the observer a feeling of alienation and imminent precariousness, the perception of the infirmity of man and of his times. In all of my installations I seek the intersection or overlapping of different dimensions and from these I capture the transformation or mutability. I believe this to be the condition required to capture the sense of an unconventional  “beauty” which is different from or in contrast to beauty as it is normally understood.

What I try to render, in fact, is inner beauty which is by nature, unstable, ephemeral, precarious, fleeting and above all else, unsustainable! This inner beauty is unsustainable because it is not the mirror image of a discourse in which the narrated description of the world is celebrated. It is neither a simulacrum nor a substitute, neither a representation of its own image nor of what it appears to be. Nor does it does relate a consensus.

Through means of mass communication ranging from TV to internet, the reality of the world can no longer be distinguished from the story of the world. Consensus is no longer on actual things but on the description of things which has taken the place of the reality of those things themselves. Through  my works I wish to draw attention to tangible reality by using impermanent materials and by giving particular emphasis to their changeability.
In the installation in question I have used polystyrene packaging, for the joints and pipes, cardboard rolls thrown away by the textile industry, which I have covered in recuperated iron materials which have subsequently been oxidised.

Through their perishable nature I wish to reach their inner sphere. In spite of my use of mimesis or imitation, a primary condition in art, I do not intend to limit myself to formulating illusory images but wish to offer the work in its real, impermanent state. Impermanency is actually reality before our eyes: nothing lasts, everything changes and it hardly ever changes as we would like it to. Notwithstanding the fact that I belong to this world of simulacrums or substitute images and in spite of the inevitable contradictions which my works imply, I look upon art not as a fetish, as something apart from itself but as within itself. I see it not as an essence of a thing but as the thing itself, able to bestow beauty just as it is.

Ignazio Fresu

venerdì 19 giugno 2009

Tutte le cose che abbiamo visto e preso, le lasciamo; quelle che non abbiamo visto né preso, le portiamo con noi



L’installazione, allestita sotto l’ampio loggiato all’ingresso del MELOS a Pistoia, si compone di 7 stele apparentemente di ferro rugginoso ad eccezione di una con sembianza di pietra. Il titolo, un “aforisma” della antica Grecia, è tratto da un frammento di Eraclito che ripropone come enigma sulla conoscenza dell'immediato: l'inganno in cui gli uomini cadono riguardo alla conoscenza delle cose manifeste, è il non riconoscimento dell'unità e della reciproca implicazione degli opposti, qui esemplificati dalla doppia congiunzione-opposizione vedere-prendere/non vedere-non prendere. In un antichissimo racconto della Grecia arcaica, è contenuto l’enigma ripreso da Eraclito. Il racconto, testimoniato da più fonti, è documentato da Aristotele nel seguente frammento:

«...Omero interrogò l'oracolo per sapere chi fossero i suoi genitori e quale la sua patria; e il dio così rispose: "L'isola di Io è patria di tua madre, ed essa ti accoglierà morto; ma tu guardati dall'enigma di giovani uomini". Non molto dopo ... giunse a Io. Qui, seduto su uno scoglio, vide dei pescatori che si avvicinavano alla spiaggia e chiese loro se avevano qualcosa. Quelli, poiché non avevano pescato nulla, ma si spidocchiavano, per la mancanza di pesca dissero: "Quanto abbiamo preso l'abbiamo lasciato, quanto non abbiamo preso lo portiamo ", alludendo con un enigma al fatto che i pidocchi che avevano preso li avevano uccisi e lasciati cadere, e quelli che non avevano preso li portavano nelle vesti. Omero, non essendo capace di risolvere l'enigma, morì per lo scoramento».

Quel che immediatamente sorprende in questo racconto è il contrasto tra la tragica violenza del suo epilogo e l’apparente futilità del suo contenuto, analogamente sorprende la formulazione dell'enigma che si mostra incoerente a causa delle due coppie di determinazioni contraddittorie, «abbiamo preso - non abbiamo preso» e «abbiamo lasciato - portiamo», congiunte inversamente. Scrive Eraclito: «Rispetto alla conoscenza delle cose manifeste gli uomini vengono ingannati similmente a Omero, che fu più sapiente di tutti quanti i Greci. Lo ingannarono infatti quei giovani che avevano schiacciato pidocchi, quando gli dissero: "Tutte le cose che abbiamo visto e preso, le lasciamo; quelle che non abbiamo visto né preso, le portiamo con noi"».

In questo frammento c'è molto di più della semplice allusione ad un celebre enigma della tradizione e - sebbene Eraclito tralasci sia le premesse dell'episodio, sia la causa della morte di Omero (trattandosi appunto di un mito popolare) - richiede un’interpretazione più profonda che non si risolva nei pidocchi. Innanzitutto, è possibile supporre un collegamento tra le due frasi «rispetto alla conoscenza delle cose manifeste» e «quello che abbiamo visto e preso»: così come Omero fu ingannato rispetto alle cose viste e prese, cioè ai pidocchi, in quanto non sapeva di che si trattava, così noi siamo ingannati rispetto alla conoscenza delle cose manifeste, in quanto le crediamo reali mentre non lo sono. In tal caso la prima parte dell'enigma, sarebbe dunque così: «le cose (manifeste) che abbiamo preso, le lasciamo» rivelando il rifiuto per ogni realtà oggettiva e per le sue apparenze sensoriali. «Le cose (manifeste) che abbiamo preso» stanno a significare la loro semplice cognizione sensibile, ciò in cui consiste l'illusoria realtà del mondo che ci circonda, niente altro che una serie di sensazioni. Queste cose manifeste che abbiamo preso, le lasciamo perché sono le cose manifeste, che ci traggono in inganno e suscitano l'illusione di esistere fuori di noi, di essere reali, permanenti, soprattutto perché noi immaginiamo l'esperienza sensoriale come qualcosa di stabile, esistente fuori di noi. L'esperienza dei sensi noi l'afferriamo momentaneamente e poi la lasciamo cadere; se volessimo fermarla la distorceremmo.

I frammenti: «Nulla perdura se non il mutamento» e «Negli stessi fiumi entriamo e non entriamo, siamo e non siamo» riflettono sulla consapevolezza che non c'è alcun fiume fuori di noi, ma soltanto una fuggevole sensazione cui assegniamo il nome di fiume e di uno stesso fiume quando si presenta a noi più volte una sensazione simile alla prima: ma di concreto, sebbene ogni volta siano simili, non c'è altro se non una sensazione momentanea, cui non corrisponde nulla di oggettivo, nulla di permanente; se vogliamo designare ciascuna di esse con il nome di fiume, possiamo farlo, ma ogni volta si tratterà di un fiume nuovo. Applicando allo stesso modo, l'antitesi parallela delle determinazioni contraddittorie alla seconda parte dell'episodio omerico: «le cose (nascoste) che non abbiamo visto né preso, le portiamo», emerge preponderante come ciò che è interiore è prioritario, così come dal frammento: «l'armonia nascosta è più forte di quella manifesta»; preminenza dell'interiorità rispetto all'illusoria concretezza del mondo esterno. Solo la nascosta interiorità, ciò che non vediamo né prendiamo, ma portiamo dentro di noi è permanente, anzi nel manifestarsi, scrive altrove Eraclito: «accresce se stessa».

Ignazio Fresu

domenica 6 luglio 2008

Action painting a Modena

Capita a volte di trovarci di fronte ad un fatto raro. Inusuale, anzi, rarissimo è trovarne due in un sol colpo! Questo è quanto scopriamo visitando la mostra a Modena sull’ Action Painting.

La prima sorpresa è data dall’appurare che una mostra di quella portata in una sede prestigiosa qual è il Foro Boario, è completamente gratuita, ovvero, visto il recente episodio del "Bologna Flash Art Show" è bene precisarlo, sono completamente gratuiti oltre l’ingresso alla mostra, tutti i servizi tra i quali il guardaroba, il materiale divulgativo e informativo, depliant, locandine, manifesti, e cartoline delle opere esposte. Il catalogo molto completo e senza pubblicità, è venduto ad un prezzo che oggigiorno lo si potrebbe definire "politico": 20 euro.

La seconda sorpresa è data dalla qualità e l’importanza sia storica che artistica delle opere esposte, l’organizzazione, la disposizione e la documentazione, anche visiva e, perché no, didattica della mostra.

Non c’è enfasi nelle mie parole e sinceramente non saprei a quale dei due argomenti dare la priorità. Assistiamo ormai da troppo tempo alla ricerca del profitto in campo culturale. I vecchi slogan che volevano la cultura per tutti sono stati completamente dimenticati anche dai loro ispiratori. La cultura in questi ultimi anni è tornata ad essere di elite perché non tutti hanno la possibilità di spendere 10 euro, quando va bene, per visitare esposizioni che molto spesso sono organizzate unicamente per fini utilitaristici di solo profitto economico; mostre che studenti squattrinati e famiglie di lavoratori non si possono certo permettere, in questo modo, la cultura diventa uno strumento di sperequazione sociale.

La mostra percorre un periodo assai particolare dell’arte americana che va dagli anni ‘40 fino agli anni ‘70. quando a seguito della seconda guerra mondiale e delle persecuzioni, gli artisti europei si trasferirono quasi in blocco negli USA incontrando gli artisti locali che erano per lo più figli di emigrati o emigrati essi stessi dal vecchio continente. La prima sala pone in risalto questo aspetto presentando alcune delle opere più significative della collezione Peggy Guggenheim, la grande mecenate e, senza alcun dubbio, la maggiore artefice di questo connubio, ovviamente, dopo Adolf Hitler! Sono così presenti i cosiddetti artisti dell’arte "degenerata" messisi in salvo negli Stati Uniti che uscivano in quegli anni dalla Depressione, trasferendo in questo modo il Background della vera cultura artistica europea di quei decenni in America. Ecco dunque le opere di Kandinsky, Klee, Kupka, Schwitters, Ernest, Helion, Mondrian, Matta, Davis, Albers, che incontrano quelle di Gorky e di De Kooning per poi snodarsi attraverso la cosiddetta "pittura di azione" nei lavori del grande precursore del dripping materico: Hofmann, fino alla rabbiosa, ma purtroppo breve esperienza di Pollock. La mostra segue un percorso cronologico ben congeniato in cui le opere sono presentate in spazi organizzati in maniera monografica per singoli artisti ma al contempo tutti uniti tra di loro senza soluzione di continuità, nell’ampia sala che segue quella introduttiva. Abbiamo così le opere della Scuola di New York: dell’espressionismo astratto che continua sui due rami dell’astrazione praticata in America negli anni cinquanta e sessanta: i gesti esuberanti di De Kooning, Franz Kline, Jackson Pollock e altri esponenti dell’ Action Painting e i piani di colore relativamente privi di modulazione della scuola dei Colorfield, con Josef Alberts, Barnett Newman, Ad Reinhard, Mark Rothko e Clyfford Still.

La mostra si sviluppa sino agli anni settanta con le opere degli artisti più significativi di quel periodo che non sto a elencare, fino al grande ma dimenticato Conrad Marca-Relli.

La mostra sull’ Action Painting di Modena, aperta fino a il 27 febbraio, è di esempio e di buon auspicio perché in un prossimo futuro, nel cambiare rotta, l’arte e la cultura possa essere condivisa da tutti.

venerdì 21 marzo 2008

MUSES - A Chiaramonti in Sardegna, un nuovo Museo d'Arte Contemporanea

Nel periodo che ci ha preceduto, l’arte ha spesso avuto una funzione storico-sociale: è stata la concretizzazione dei valori, delle visioni del mondo, degli ideali in cui una determinata società si è riconosciuta. Si pensi quale valore estetico, religioso, politico hanno significato per l’antica civiltà greca, il tempio, la scultura o la tragedia; così come, per fare un altro esempio, il nostro Rinascimento che nel rinnovamento culturale e scientifico, attraverso la riscoperta dell’uomo e dell’Umanesimo, instaurò un nuovo ideale di vita dove pittura, poesia, letteratura, musica, hanno stabilito un rapporto di reciprocità tra uomo, società, ideali e politica.
Le stesse prerogative le ritroviamo in tutti i movimenti artistici sino alle avanguardie del novecento e in tutte le scuole, gli stili, le tendenze e correnti artistiche che hanno permeato la nostra cultura divenendo inequivocabilmente rappresentative del luogo e del periodo che le ha prodotte.

Oggi la nostra esperienza estetica è differente, l’arte ha abbandonato questa sua particolare peculiarità. La nostra società è sempre più caratterizzata da una frammentazione dei valori estetici, una sorta di esteticità diffusa. Circolano molti più prodotti artistici, molti più valori estetici, ma, in modo inversamente proporzionale la loro incisività si è sensibilmente ridotta.

Più che di “capolavori” nel loro significato unilaterale ed implicito, si produce un movimento esteticamente significativo, una sorta di disseminazione estetica che a volte, purtroppo, è ridotta solamente a spettacolo.
Questa è indubbiamente la caratteristica principale della nostra epoca mass-mediologica e pur constatando un diffondersi continuo di strutture e occasioni atte ad accogliere e far conoscere l’arte contemporanea, questa è presentata in funzione di un’ottica museale pubblicitaria.

Dell’arte contemporanea è proposto l’aspetto più superficiale dell’esperienza artistica. In queste strutture, che in Italia vanno sempre più moltiplicandosi, è cancellata la sperimentazione ed ignorata la presenza di una cultura locale a favore di una di tipo internazionale e globalistica. Questo atteggiamento mostra uno stato d’inferiorità che si esplicita nella realizzazione di musei e di collezioni comunali e regionali, dove le esperienze territoriali sono misconosciute, preferendo a queste, collezioni internazionali composte perlopiù di scarti, anche per la cronica carenza di disponibilità finanziarie, e opere marginali di artisti dai nomi più blasonati a scapito di collezioni territoriali ben più abbordabili che ci permetterebbero di conoscere e preservare la cultura e la vitalità di un paese, di un territorio o una regione.

Qualunque regione potrebbe tranquillamente permettersi di acquisire con poca spesa, esemplari collezioni di artisti che operano sul proprio territorio, ma per il timore di provincialismo viene dispersa questa cultura. I Comuni si sentono sminuiti se si prospetta loro un museo territoriale, mentre in realtà, proprio a causa del persistere in questo comportamento, l’Italia è stata privata di una memoria storica e culturale fondamentale. Se uno studioso, un artista o uno storico volesse conoscere l'arte contemporanea italiana locale dal dopoguerra a oggi, non ha alcun elemento per farlo.

Se invece ogni regione o Comune italiano raccogliesse le opere dei propri artisti, preserverebbe un patrimonio storico-culturale incalcolabile, preservando la propria identità.
I paesi con una tradizione culturale contemporanea oltre a sostenere la sperimentazione, cosa che in Italia non accade, tutelano la cultura del loro territorio attraverso raccolte pubbliche. Questo avviene negli USA come in Giappone, Germania, Inghilterra, Francia o in tutti i paesi nordici europei dove i musei locali sono una realtà capillare e motivo di orgoglio senza alcuna competizione nei confronti del MoMA, del Tate Modern, del Centro Pompidou e dei grandi musei internazionali.

E’ fondamentale in ogni territorio e in ogni comunità, la realizzazione di spazi dove i cittadini possano convergere, confrontarsi, conoscere e dunque vivere l’arte nel suo divenire. L’esperienza dell’arte contemporanea è un’esperienza inquietante, che apre un mondo alternativo a quello presente, scuote le nostre abitudini, le nostre certezze, risveglia la nostra capacità critica.

L’arte contemporanea è qualcosa di più di un semplice godimento, ci solleva da questa esistenza, non genericamente per consolarci facendoci sopportare in qualche modo i mali della vita, ma per rendere l’esistenza che conduciamo più vera, più viva.

mercoledì 6 febbraio 2008

Arte contemporanea

Nel periodo che ci ha preceduto, l’arte ha sempre avuto una funzione storico-sociale: è stata la concretizzazione dei valori, delle visioni del mondo, degli ideali in cui una determinata società si è riconosciuta. Si pensi quale valore estetico, religioso, politico hanno significato per l’antica civiltà greca, il tempio, la scultura o la tragedia; così come, per fare un altro esempio, è stato il romanticismo che ha permeato la nostra cultura fino al secolo scorso, ed è stato inequivocabilmente rappresentativo di quel periodo, dove pittura, poesia, letteratura, musica, hanno raggiunto la completa interazione tra uomo, società, ideali e politica.

Oggi la nostra esperienza estetica è differente, l’arte ha in parte abbandonato questa sua peculiarità. La nostra società è caratterizzata da una frammentazione dei valori estetici, una sorta di esteticità diffusa, circolano molti più prodotti artistici, molti più valori estetici, ma, in modo inversamente proporzionale la loro incisività si è sensibilmente ridotta.

Forse oggi non si producono più, grandissime opere d’arte, si produce però un movimento esteticamente significativo, una sorta di disseminazione estetica.

E’ proprio questa la caratteristica della nostra epoca, ed è anche la ragione per cui è fondamentale per una città come Firenze, la realizzazione di uno spazio dove i cittadini possano convergere, confrontarsi, conoscere e dunque vivere l’arte nel suo divenire. Superando quel pregiudizio diffuso che collega l’esperienza artistica con uno stato d’inferiorità pratica che si manifesta sotto forma di tolleranza, per la quale ciò che conta veramente non è certo l’arte! Permettendo, in questo modo, all’estetizzazione di condizionare tutti gli aspetti dell’esperienza. Oggi tutto è ridotto ad immagine, ad apparenza, a spettacolo, anche nella politica assistiamo al trionfo di un’ottica pubblicitaria. L’estetizzazione del mondo in cui viviamo, si riduce alle banalità della moda, della pubblicità variopinta, dei film hollywoodiani, dell’arte è diffuso solo l’aspetto più superficialmente edonistico dell’esperienza artistica. Sempre più spesso si assiste al recupero della nozione tradizionale di bello, inteso unicamente come armonia, conciliazione, superamento e annullamento di tutti i conflitti; ma le avanguardie artistiche, a cavallo tra Ottocento e Novecento hanno mostrato che l’arte nulla ha a che fare con questo tipo di bellezza. Di fronte a questa estetica mass-mediologica, super-egualitaria e super-conciliativa, l’arte contemporanea si muove in direzione opposta rispetto all’omologazione, così come avviene, di tutti i messaggi e di tutti i prodotti, opera contro l’estetismo rivendicando la capacità di scuoterci dal letargo che negli ultimi anni ha sprofondato la cultura.

Tutti noi sentiamo il bisogno di esperienze che vadano al di là del quieto estetismo e di una cinica rassegnazione. L’arte contemporanea è qualcosa di più di una mera illusione, di un semplice godimento, ci solleva da questa esistenza, non genericamente per consolarci facendoci sopportare in qualche modo i mali della vita, ma per rendere l’esistenza che conduciamo più vera, più viva.

L’esperienza dell’arte contemporanea è un’esperienza inquietante, che apre un mondo alternativo a quello presente, scuote le nostre abitudini, le nostre certezze, risveglia la nostra capacità critica.