lunedì 31 ottobre 2022

ART, WEB & COMMUNICATION FORMS




Installazione "Quel che resta" 

La necessità di allargare il campo delle conoscenze nel settore della comunicazione e di analizzare i processi e le ricadute, che gli attuali e futuri sistemi determineranno sull’apprendimento, sulla convivenza e sulla complessità del mondo dell’Arte, esorta a riflessioni e valutazioni che impegnino ad un più corretto e costruttivo rapporto di coesistenza tra le varie componenti della società, a partire dai singoli individui. L’umanità è cresciuta e si è nutrita di conoscenze attraverso l’informazione e la memoria. Oggi noi conosciamo la nostra storia grazie all’accumulo di nozioni, esperienze e rappresentazioni artistiche, tramandate nel tempo dai diversi sistemi e forme di comunicazione.
Per Nicolas Bourriaud l'arte della "postproduzione" è la pratica artistica più adatta per reagire al caos della cultura globale nell'era dell'informazione.
Nel 2002 il filosofo Nicolas Bourriaud 
scrive: "Sin dagli anni Ottanta gli artisti cominciano a creare opere d'arte sulla base di opere già esistenti. Non si tratta più di elaborare una forma sulla base di un materiale grezzo, ma di lavorare con oggetti che sono già in circolazione sul mercato culturale, vale a dire, oggetti già Informati da altri oggetti.
I concetti di originalità (essere all'origine di) o di creazione (creare qualcosa dal nulla) svaniscono lentamente nel nuovo panorama culturale segnato dalle figure gemelle del deejay e del programmatore, entrambe con il compito di selezionare oggetti culturali e includerli in nuovi contesti. La supremazia della cultura dell'appropriazione tende ad abolire il diritto di proprietà delle forme e a favorire un'arte arte della postproduzione, attraverso la quale gli artisti inventano nuovi usi per le opere del passato e operano una sorta di editing delle narrative storiche ideologiche."  (*)
Negli anni Ottanta tutti sapevano che queste cose erano abbastanza datate Pablo Picasso nel 1912 aveva dipinto col pennello una natura morta con sedia e poi aveva aggiunto dei fogli di giornale e anche un pezzo di quella sedia di saggina insieme ad una corda. Quindi il fatto che gli oggetti entrassero a far parte dell'arte nella pittura non è proprio una novità. Anzi il Novecento è il secolo per eccellenza che ha fatto di questo la propria estetica, si pensi a Burri che utilizza un sacco di juta, Arman che utilizza i rifiuti o Kounellis che utilizza il carbone. Nel '900 tanti e tante cose entrano nell'arte. Umberto Boccioni pittore futurista nel suo manifesto della scultura futurista redatto nel 1912 elenca quelli che secondo lui saranno i materiali per la scultura del futuro e dice addirittura il crine di cavallo, il cemento, la luce elettrica, il legno eccetera. Quindi il ventesimo secolo è così, però il contesto di fine secolo è ben diverso. Gli oggetti e per oggetti s'intendono anche le opere d'arte del passato compresi i baffi che 
Duchamp mette alla Gioconda, assumono un significato diverso e acquisiscono una proprietà nuova, una "comprensione" che va al di là dell'oggetto stesso che esaurisce nell'uso la sua funzione ma dove ritroviamo un senso simbolico che mette in relazione il sensibile, ciò che vedo, ciò che io tocco, che io guardo muovendomi all’interno di questo spazio. Ciò nonostante il mio sguardo, il mio toccare, il mio camminarci in mezzo non ne esaurisce i significati, rimanda ad un'ulteriorità che consiste nel fatto che di fronte ad esso continuo a cercare quell'ulteriorità di significato rispetto a quello che il sensibile mi offre senza mai riuscire a catturarne la totalità del significato, c'è un rinvio verso l'ineffabile, verso l'invisibile.
L’Esser-ci nell’arte torna alla ribalta. Non appare come necessario, anzi, torna proprio in qualità di antidoto all’ineluttabilità algoritmica, al determinismo, alla misura della digitalizzazione. In quest’epoca di predominio della tecnica e dove sembra non esservi più spazio per obiettivi privi di un’immediata utilità razionale, tornano in auge le branche della filosofia più inattuali, l’ontologia e l’estetica.

Villa Simonetta – Verbania
2 - 22 dicembre 2022
Via Felice Cavallotti 12, Intra (VB)
orario pomeridiano 15- 18 (solo talvolta serale 21 – 22.30)
Ingresso gratuito

venerdì 1 luglio 2022

"LA CARTA CANTA..."



"Quel che resta" e "E tutto insieme, tutte le voci..." sono due delle mie installazioni presenti alla mostra PROROGATA FINO AL 14 DICEMBRE 2022 "LA CARTA CANTA..." opere su carta d'arte moderna e contemporanea dalla collezione Carlo Palli, Museo d'Arte Contemporanea presso il Complesso Museale di San Domenico Prato
ORARIO: da giovedì a domenica 16,00 - 19,00
"I libri rappresentano la testimonianza di eventi, azioni, fatti e gesti svolti nel tempo e consegnati successivamente al genere umano, raccolti come atti di vita.
Nell’installazione “Quel che resta” i libri non sono presentati nella loro perfezione estetica o nella loro bellezza patinata, ma come una sorta di reperto archeologico, rivestito di fragilità ma anche di incredibile forza.
Sembrano quasi fossili che hanno resistito nel tempo, senza morire, conservando sotto la cenere il fuoco della conoscenza, per conservare e tramandare contro la barbarie della distruzione il primato umano del proprio bisogno di esistere, di comunicare, di andare oltre l’oblio. I libri sono un prodotto dello spirito dell’uomo e come tale lo accompagnano come un seme fecondo.
Il lavoro di Ignazio Fresu è basato sul contrasto tra realtà ed apparenza, sull’inganno generato dallo sguardo frettoloso. Ogni cosa rivela essere esattamente l’opposto di ciò che appare e nessuno sembra accorgersene. Il metallo non è metallo, la pietra non è pietra, ma semplicemente cartone o polistirolo travestiti da metallo o pietra. L’usura e l’ossidazione dei materiali non sono reali, ma soltanto un abile gioco di interventi manuali. La leggerezza è travestita da pesantezza e gli equilibri precari sono calibrate composizioni statiche.
Che si parli di Eraclito, di Leopardi, di Montale o di Ungaretti, le opere di Ignazio Fresu non sono mai così eccessivamente concettuali e incomprensibili come ci si aspetterebbe da un artista contemporaneo, anzi con la loro leggerezza e ironia ci strappano un sorriso, ci ammaliano per l’inusuale collocazione in cui spesso si trovano, destano meraviglia per gli improbabili equilibri in cui si pongono ed inevitabilmente ci attraggono provocando nel nostro intimo un flusso continuo di domande e di pensieri. La scelta di avvalersi di titoli evocativi, riferibili all’universo letterario o filosofico, è un mezzo per Ignazio Fresu per parlare della realtà circostante attraverso il linguaggio dei grandi mediato dalla sua incredibile capacità di alleggerire.
Nonostante il grande lavoro di preparazione che sta dietro a tutte le installazioni di Fresu, dal reperimento dei materiali, alla loro lavorazione, al trasporto e all’allestimento degli stessi, quello che l’osservatore percepisce è un grande senso di levità e poesia.
La patina metallica e polverosa che riveste uniformemente tutti gli elementi delle installazioni, e che spesso invade anche la pittura, oltre ad essere la cifra stilistica ed il segno imprescindibile di Fresu, è un mirabile espediente per fermare il tempo, per svuotare gli oggetti del loro quotidiano significato facendoli diventare parole di un nuovo vocabolario, con cui scrivere un discorso più ampio. L’aspetto più incredibile è che, pur nell’uniformità dettata dal rivestimento, questi singoli elementi appaiono ancora più evidenti di prima, quando si potevano distinguere per forma e colore. Come un flash, o un fotogramma in bianco e nero, le installazioni di Fresu congelano un istante e fanno convergere il nostro pensiero e la nostra attenzione verso qualcosa di diverso, ci portano a contatto con aspetti dell’interiorità che spesso ignoriamo, portano alla luce verità di cui spesso perdiamo il ricordo. Quella di Fresu è continua ricerca e approfondimento del senso della vita, un cammino dentro il pensiero dell’uomo, nelle sue sensazioni, nel suo far parte della realtà. Ogni opera non è mai una tappa di arrivo, ma il punto di partenza e lo stimolo per crearne di nuove e sempre più sorprendenti.
Meravigliare e far riflettere, questo è il difficile compito di Ignazio Fresu, reso ancora più arduo dall’utilizzo di un linguaggio universalmente comprensibile."
Testo di Sara Paradisi
Video di Pietro Schillaci
Per Informazioni:
Prato Cultura Soc.Coop. e Aps ArteMia Prato
📯 info@artemiaprato.it
☎️ 340 510 1749



"E tutto insieme, tutte le voci..." (2012)


 "E tutto insieme, tutte le voci..." (2012)

Una delle mie installazioni presenti alla mostra "LA CARTA CANTA..." opere su carta d'arte moderna e contemporanea dalla collezione Carlo Palli , Museo d'Arte Contemporanea presso il Complesso Museale di San Domenico Prato
ORARIO: da giovedì a domenica 16,00 - 19,00
"Le istallazioni ‘rugginose’ di Ignazio Fresu sono frammenti monumentali alla deriva di misteriosi archeologismi industriali, nei quali un tecnicismo ammaliante trasforma residui di imballaggi effimeri in fantascientifici portali, architetture, colonnati, reticoli tubolari dalle reminiscenze classiche oppure precolombiane. Equilibri ancora una volta precari, messaggeri di profonde e criptiche concettualità cosmiche, superfici corrose sotto gli agenti meteorici che disvelano pensieri escatologici entro panorami scenici dalle sonorità corali e coinvolgenti. Simbologia mediata attraverso l’apparenza delle cose, simbologia del divenire attraverso la metamorfosi, la mutazione che mantiene come costante universale dell’esistenza la sublimazione poliedrica del Bello. “Divenire – sostiene l’artista – s'impone come la sostanza stessa dell'Essere, che a sua volta ci appare come il rinnovarsi di un ente che prima mancava di una caratteristica e in seguito l'acquista diventando forma”. Tutte le sue installazioni - che siano 'portali', colonne dirute, strutture tubolari, lanterne, vestiti, scarpe o libri 'pietrificati' o nelle sembianze del ferro che costantemente nei suoi ossidi muta toni e cromie - sono attraversate e pervase di un colto ma 'semplice' messaggio interiore fortemente esistenziale. Per la mostra Fresu propone un'installazione solo apparentemente 'leggera', fluttuante nell'aria e mobile come l'acqua corrente di un fiume. Si tratta, infatti, di un'opera sospesa su un reticolo di invisibili e sottilissimi fili di nylon per il tessuto, tesi tra le pareti e ad un'altezza di poco superiore a quella umana, su cui appende i fogli di 'risulta', riproducenti quelli normalmente impiegati per isolare dal contatto le pagine dei libri e le grafiche, che egli realizza con metalli in pasta di ferro, rame, bronzo e ottone. Rappresentazione di fogli di comune 'carta da forno', sui quali rimangono impresse le tracce di quei lavori. Sono, quindi, una sorta di 'ectipi' (oggetti della realtà esterna, corrispondenti ad un loro archetipo eterno e ideale), cioè tracce derivate da qualcosa di cui si è cancellata o dimenticata l'origine, che vengono assunti a nuova vita. Da qui il titolo ovvero il commento filosofico dell'opera riportato in un suo 'foglio', che è un brano tratto dalle pagine finali del romanzo Siddharta (1922) di Hermann Hesse, il lungo viaggio esistenziale (in un'India tutta metafisica e contemplativa) verso l'illuminazione e la pace interiore liberatrici dalle inquietudini, dalle incertezze e dell'ansia di ricerca di se stessi, davanti al Mondo ed al fluire della Storia: "E tutto insieme, tutte le voci, tutte le mete, tutti i desideri, tutti i dolori, tutta la gioia, tutto il bene e il male, tutto insieme era il Mondo. Tutto insieme era il fiume del divenire, era la musica della Vita". Quei lacerti impressi 'sindonicamente' sui tremuli 'fogli' di Fresu ci trasmettono concettualmente, sub specie artistica, l'irrealtà del tempo, La necessità di ripetere gli errori dei padri, la coincidenza degli opposti. L'esistenza di due modi di sapere (uno puramente intellettuale e astratto, l'altro di tutto il corpo e l'anima), il bisogno di spaziare nell'immensità del Tutto, vivere nell'eterno. Chi veramente sappia 'pensare', pare suggerirci Fresu, non troverà più nulla di difficile o di inutile e da 'buttare via' nel Mondo. Ciò nonostante, Ignazio Fresu non ha nessuna pretesa di passare per un nuovo ed accademico 'filosofo'. Le sue creazioni e le sue installazioni nascono sotto il segno della fantasia creatrice e si pongono nella categoria dell'Arte. Questo è ciò che le rende così limpide, gradevoli, immediate, coinvolgenti, accessibili. Il contenuto 'ideologico' si concretizza in immagini nitide e vive e nel ritmo stesso del fluire dell'installazione, intrisa di pace e di pacatezza contemplativa. I suoi 'fogli', dai toni bruni e caldi dell'ossidazione del ferro e della corrosione del tempo, costituiscono una delle sue opere più vivaci ed estrinsecamente varie, con una vivida lucentezza di colori quasi da lacca orientale hessiana. Le 'pagine' di Fresu scorrono lente come il grande fiume descritto da Hesse e parlano, a chi lo sappia intendere, con la loro voce .antica, compendio di tutte le voci del Mondo."
Testo critico di Giampaolo Trotta
Video di Pietro Schillaci
Per Informazioni:
Prato Cultura Soc.Coop. e Aps ArteMia Prato
📯 info@artemiaprato.it
☎️ 340 510 1749

giovedì 2 giugno 2022

Abbiamo ancora del lavoro da fare

 

Abbiamo ancora del lavoro da fare
installazione permanente presso la Prefettura di Prato

La pesante carrucola di ferro arrugginito sorretta dalla corda è in competizione con la legge della gravitazione universale dove, così come per tante leggi naturali, l'uomo cerca il dialogo opponendo la sua umanità all'indifferente tirannide della leopardiana "Natura matrigna". E' nostro dovere difendere ogni giorno la nostra revocabile libertà, la nostra Repubblica e le nostre conquiste. Dobbiamo difendere il sostegno dei nostri uguali più deboli e indifesi, le persone anziane o con difficoltà fisiche. Dobbiamo difendere la scuola, l'istruzione, la cultura e il lavoro, dal crollo dell'instabile carrucola sorretta dalla corda stessa. E Abbiamo ancora del lavoro da fare nello sbrogliare la matassa di corda alla base, perché c'è ancora tanto lavoro da fare nel riconoscimento delle parità di genere, delle etnie, lavorando per la pace, la solidarietà e la salvaguardia del nostro Pianeta, contro tutte le prevaricazioni e i soprusi, il razzismo e le ingiuste ineguaglianze, tutti insieme tutti i giorni per sorreggere questo nostro fragile equilibrio.

Abbiamo ancora del lavoro da fare - particolare

Abbiamo ancora del lavoro da fare - particolare

Anni fa, uno studente chiese all’antropologa Margaret Mead quale riteneva che fosse il primo segno di civiltà in una cultura. Lo studente si aspettava che Mead parlasse di pitture rupestri, manufatti di terracotta o macine di pietra.
Ma non fu così. Mead disse che il primo segno di civiltà in una cultura antica era un femore rotto e poi guarito. Spiegò che nel regno animale, se ti rompi una gamba, muori. Non puoi scappare dal pericolo, andare al fiume a bere qualcosa o cercare cibo. Sei carne per bestie predatrici che si aggirano intorno a te. Nessun animale sopravvive a una gamba rotta abbastanza a lungo perché l’osso guarisca.
Un femore rotto che è guarito è la prova che qualcuno si è preso il tempo di stare con colui che è caduto, ne ha bendato la ferita, lo ha portato in un luogo sicuro e lo ha aiutato a riprendersi.
Mead disse che aiutare qualcun altro nelle difficoltà è il punto in cui la civiltà inizia.


Opera temporaneamente presente a Horti Pacis, cinquantunesima edizione di Forme nel Verde.
Una mostra corale che vede artisti di tante nazionalità diverse uniti per la Pace.
23 luglio - 2 novembre 2022 San Quirico d’Orcia

lunedì 28 febbraio 2022

Ampelos

 

Video di Pietro Schillaci - Collaborazioni: Martina Codispoti e Gustavo Maestre

Nel mito, Ampelos, è il satiro dalla radiosa bellezza, prediletto da Dioniso che, alla sua tragica morte si trasforma in vigna e da cui Dioniso col suo frutto fa per la prima volta il vino, consolandosi per come Ampelos sia scampato alla morte trasformandosi. La funzione simbolica del mito di Ampelos, con la sua morte e la sua rinascita in vigna, fa riferimento alla metamorfosi dell'uva in vino, più in generale simboleggia la vittoria della vita sulla morte. La morte violenta e la sua metamorfosi fanno di Ampelos un mediatore tra il mondo terrestre e il mondo degli Dei. Attraverso la sua metamorfosi, egli stesso diventa parte del divino.
La metamorfosi è il processo stesso del divenire che in questa mutazione rivela l'eternità di tutto e l'apparenza delle forme. Mostra l'inganno dei nostri sensi che celano l'essenza d'essere.


Ampelos e Il Ramo d'Oro a Vernice art fair

Ampelos e Il Ramo d'Oro alla mostra Riciclare ad Arte

Ampelos installazione permanente al Parco Museale d'Impruneta - Firenze





sabato 12 febbraio 2022

Il Ramo D'Oro

Per gli antichi Il Ramo D'Oro era il ramo della conoscenza della rinascita ed ed era il ramo che si trovava nei boschi, nelle foreste, nelle selve, lontano cioè da tutto ciò che ci sembra abituale, normale, cittadino, a volte asfissiante e malvagio. Andare alla scoperta del Ramo D'Oro significa dunque provare ad abitare il mistero, ricercare una conoscenza di cui essere responsabili perché una volta colta dovrà poi essere coltivata nel nostro giardino interiore. Era questo per i sapienti il modo che da sempre abbiamo per comprendere e per rinnovare il mondo che ci circonda. Un mondo, lo sappiamo bene, oggi spesso violentemente privo di senso e di bellezza. Si tratta dunque iniziare a metterci in camino insieme giorno per giorno per cogliere l'occasione unica di occuparci seriamente di ciò che siamo noi e tutti viventi alla scoperta del Ramo D'Oro
Il Ramo D'Oro ci porta lontano nel tempo nelle foreste primigeni indietro verso le origini del pensiero. Che cosa vuol dire conoscere? Che cos'è la conoscenza e quando un bene e quando un male, un pericolo?
Sono queste alcune delle domande che ci poniamo confrontandoci con l'insegnamento delle civiltà passate e le piante mitologiche, cariche di significati, simboli selvatici capaci per gli antichi di schiudere le porte verso altri mondi o mettere in contatto con il divino, in particolare proprio di quel ramo usato in cerimoniali e riti che iniziavano ai misteri insondabili della conoscenza, l'ulivo.
Edoardo Camurri

 

"Il Ramo D'Oro" Palazzo Calini, a cura di Antonella Bosio 

Il ramo d’oro ha a che fare con una pianta: l’olivo o ulivo, che si è fatta carico, col passare dei secoli, di un enorme catino trasbordante di significati e simbologie che molte popolazioni gli hanno posato sui rami; ma questo albero, coltivato e mitizzato dalla civiltà Greca e poi Latina, non sembra risentire di questo carico pesante; anzi pare sempre pronto ad accoglierne di nuovi, a lasciarsi guardare e trasformare nelle maniere più disparate dall’uomo e dal tempo.
Resine, ferro, rame, bronzo recuperati e altri elementi provenienti dagli scarti del nostro mondo vanno in parallelo a quei rami di ulivo prodotti anch'essi di scarto dalla potatura per la coltivazione. Il ramo d’oro conserva dentro di sé una luce radiosa, baluginii, rossori, che ti fanno socchiudere gli occhi e le apparenze diventano immaginazione: in un attimo sono oggetti familiari, alla nostra portata cognitiva e percettiva: sono vasi da giardino dove i tuoi nonni ti insegnano come seminare le piante aromatiche; ma al contempo, basta un riverbero e cambia tutto: ti ritrovi davanti a dei monoliti, qualcosa di lontanissimo, ad ammirare con sospetto e reverenza blocchi incastonati tra loro, ipotizzandoli ad artefatti alieni.
Antonella Bosio


 

"Il Ramo D'Oro" e "Ampelos" Ecomuseo dell'Alabastro a Castellina Marittima

“Il ramo d’oro”. Un nome che subito evoca un sapere antico: una forma mistica, alchemica, appartenente a un’epoca dove mitologia e quotidianità sono legate come una promessa. Ignazio Fresu, artista contemporaneo, ha scelto questo nome per la sua nuova nstallazione artistica dall’eco mitico e ordinario. L’opera intitolata “Il ramo d’oro” ha a che fare con una pianta: l’olivo o ulivo, che si è fatta carico, col passare dei secoli, di un enorme catino trasbordante di significati e simbologie che molte popolazioni gli hanno posato sui rami; ma questo albero originario dell'Asia Minore e della Siria, coltivato e mitizzato dalla civiltà Greca e poi Latina, non sembra risentire di questo carico pesante; anzi pare sempre pronto ad accoglierne di nuovi, a lasciarsi guardare e trasformare nelle maniere più disparate dall’uomo e dal tempo; probabilmente poiché una buona parte di tempo, già di suo, lo custodisce tra radici, tronco e rami, essendo tra gli alberi più longevi del nostro pianeta; perciò avrà visto intere civiltà rendergli grazia, adorarlo e utilizzarlo. Ignazio ha trovato un suo modo per osservare, amare e tentare di capire questa pianta fulcro della sua installazione artistica: l’ha fatto usando dei materiali che non sono solo materia inerte ma, nella reiterazione dell’utilizzo, sono diventati stile e poetica dell’artista. Resine, ferro, rame, bronzo recuperati e altri elementi provenienti dagli scarti del nostro mondo vanno in parallelo a quei rami di ulivo prodotti anch'essi di scarto dalla potatura per la coltivazione. Questi rami raccolti sono stati deposti in vasche di polistirolo: un materiale pratico, d’imballaggio, e nello specifico di un qualcosa che dopo l’utilizzo perde la sua funzione; infatti sono vasche per il trasporto del pesce, che al termine del loro impiego sarebbero state buttate. Qui invece le potete vedere con uno sguardo fantasticato, grazie alle resine e al ferro con cui sono state trattate; queste vasche si sono pietrificate, arrugginite:hanno subito un passaggio di stato. Anche i rami d’ulivo hanno subito una trasformazione: esplodono di tonalità bronzee e riflessi ramati. Infatti non è importante che ci sia il sole a stagliarsi sull’installazione di Ignazio Fresu, Il ramo d’oro conserva dentro di sé una luce radiosa, baluginii, rossori, che ti fanno socchiudere gli occhi e le apparenze diventano immaginazione: in un attimo sono oggetti familiari, alla nostra portata cognitiva e percettiva: sono vasi da giardino dove i tuoi nonni ti insegnano come seminare le piante aromatiche; ma al contempo, basta un riverbero e cambia tutto: ti ritrovi davanti a dei monòliti, qualcosa di lontanissimo, come perdersi nelle Grotte indiane di Ellora o vicino ad Amesbury nello Wiltshire ad ammirare con sospetto e reverenza blocchi incastonati tra loro, ipotizzandoli ad artefatti alieni. Ma oltre a una meravigliosa apparenza estetica vibra nell’aria un messaggio: l’artista è particolarmente sensibile ed estremamente consapevole che il nostro mondo è un mondo soggetto alla precarietà, un mondo in continuo cambiamento abitato da figure sempre diverse e sempre le stesse, benché lo sforzo totalitario della società moderna consiste nel far scordare agli uomini la precarietà della loro presenza su questa Terra. Quando ti ritrovi tra le molteplici sculture di Ignazio Fresu subentra l’idea di una parola che spesso ronza nelle orecchie e nel sentito dire ma che raramente si riesce a vedere e comprendere: paesaggio. Quest’opera è un paesaggio. E credo che il paesaggio scorto da Ignazio dalla finestra e portato a creare questa installazione sia quello del deserto. Si teme il deserto poiché non si scorge un panorama; ma non bisogna temerlo, non dobbiamo dimenticare che i deserti non sono vuoto e miseria; anzi, se provate a guardare lontano, verso l’orizzonte, s’intravede sempre una piccola oasi, che è come una parola ritrovata per mezzo del silenzio, gli uomini come piante, le ere mitiche come paesaggi quotidiani. Il deserto diventa sempre più il cammino da percorrere, la via da ritrovare, il silenzio da attraversare per poter ancora parlare con gli altri. Il ramo d’oro è la celebrazione della piccola oasi, fosse solo un’illusione o un miraggio di Fata Morgana, poiché riscopre tracce di un cammino lontano, porta alla vista commoventi reperti, raccoglie e conserva un pensiero prezioso come l’acqua: la materia è sempre e solo materia, tutti gli oggetti sono da raccattare per mutarli in cibo di corpo e mente, flussi e vibrazioni per invadere questo spazio altro. Luigi Ghirri, fotografo italiano, diceva che i luoghi sono depositi di immagini affettive che noi riutilizziamo come un alfabeto della nostra fantasia. Così come i giapponesi si riuniscono ogni anno ad Hanami per ammirare la fioritura dei ciliegi, Ignazio Fresu ha creato un luogo di contemplazione estatica dove radunarsi; è un luogo-concetto che ci proietta verso l’esterno, ci invita a vagare e portarci dietro i nostri racconti ed esperienze, è l’idea che tutto quello che facciamo o pensiamo appartenga a una trama che ci lega agli altri, e che determina i nostri gesti, i nostri atteggiamenti, quello che vogliamo e quello che non vogliamo. Per questo motivo, nell’opera, non vedrete altre figure umane che non siano la vostra e quella di chi vi sta accanto; Ignazio vuole mostrarci il massimo legame umano: tutti quelli che osservate, tutti quelli che ascoltate, tutti quelli con cui parlate sono congiunti e vanno come me, come voi, verso la morte: una meta inevitabile; insieme agli oggetti che creiamo e tutto quello che ci circonda: case, automobili, fiori, sassi, un cane, una nuvola. Il ferro si corrode, la pietra si sbriciola, il cemento si disgrega, il legno si consuma, gli esseri viventi diventano polvere e Il ramo d’oro si fa carico dello stesso fardello. Non c’è tristezza in tutto questo, solo una dolce malinconia, poiché tutti condividiamo questo tragitto accompagnandoci.
Mauro Valsecchi

"Il Ramo D'Oro" e "Ampelos" Vernice Art fair Forlì

"Quando l’ho visto ho detto… pochi elementi… ma qua nasconde sicuramente qualcosa di magico questa installazione.
Ho subito cercato Ignazio: spiegami questa opera!!
Premessa doverosa :Nasce un nuovo spazio grazie a un patto di collaborazione tra Comune (il mio assessorato alla partecipazione) e l’associazione Carminiamo Brescia. Un luogo dove artisti contemporanei possono mostrare le loro opere alla città.
Torniamo all’opera: “Il ramo d'oro” . Ignazio Fresu mi spiega che questa sua opera evoca un sapere antico: una forma mistica, alchemica, appartenente a un'epoca dove mitologia e quotidianità sono legate come una promessa.
L’ulivo, contenuto in questi contenitori che sembravano di corten e invece sono di polistirolo, trasborda di significati e simbologie che molte popolazioni gli hanno posato sui rami; ma questo albero originario dell'Asia Minore e della Siria, coltivato e mitizzato dalla civiltà Greca e poi Latina, non sembra risentire di questo carico pesante; anzi pare sempre pronto ad accoglierne di nuovi, a lasciarsi guardare e trasformare nelle maniere più disparate dall'uomo e dal tempo; probabilmente poiché una buona parte di tempo, già di suo, lo custodisce tra radici, tronco e rami, essendo tra gli alberi più longevi del nostro pianeta; perciò avrà visto intere civiltà rendergli grazia, adorarlo e utilizzarlo.
Ignazio ha trovato un suo modo per osservare, amare e tentare di capire questa pianta fulcro della sua installazione artistica: l'ha fatto usando dei materiali che non sono solo materia inerte ma, nella reiterazione dell'utilizzo, sono diventati stile e poetica dell'artista. Resine, ferro, rame, bronzo recuperati e altri elementi provenienti dagli scarti del nostro mondo vanno in parallelo a quei rami di ulivo prodotti anch'essi di scarto dalla potatura per la coltivazione. Questi rami raccolti sono stati deposti in vasche di polistirolo: un materiale pratico, d'imballaggio, e nello specifico di un qualcosa che dopo l'utilizzo perde la sua funzione; infatti sono vasche per il trasporto del pesce, che al termine del loro impiego sarebbero state buttate. Qui invece le potete vedere con uno sguardo fantasticato, grazie alle resine e al ferro con cui sono state trattate; queste vasche si sono pietrificate, arrugginite: hanno subito un passaggio di stato. Anche i rami d'ulivo hanno subito una trasformazione: esplodono di tonalità bronzee e riflessi ramati. Infatti non è importante che ci sia il sole a stagliarsi sull'installazione di Ignazio Fresu, Il ramo d'oro conserva dentro di sé una luce radiosa, baluginii, rossori, che ti fanno socchiudere gli occhi e le apparenze diventano immaginazione: in un attimo sono oggetti familiari, alla nostra portata cognitiva e percettiva: sono vasi da giardino dove i tuoi nonni ti insegnano come seminare le piante aromatiche; ma al contempo, basta un riverbero e cambia tutto: ti ritrovi davanti a dei monoliti, qualcosa di lontanissimo, come perdersi nelle Grotte indiane di Ellora o vicino ad Amesbury nello Wiltshire ad ammirare con sospetto e reverenza blocchi incastonati tra loro, ipotizzandoli ad artefatti alieni. Ma oltre a una meravigliosa apparenza estetica vibra nell'aria un messaggio: l'artista è particolarmente sensibile ed estremamente consapevole che il nostro mondo è un mondo soggetto alla precarietà, un mondo in continuo cambiamento abitato da figure sempre diverse e sempre le stesse, benché lo sforzo totalitario della società moderna consiste nel far scordare agli uomini la precarietà della loro presenza su questa Terra. Quando ti ritrovi tra le molteplici sculture di Ignazio Fresu subentra l'idea di una parola che spesso ronza nelle orecchie e nel sentito dire ma che raramente si riesce a vedere e comprendere: paesaggio. Quest'opera è un paesaggio. E credo che il paesaggio scorto da Ignazio dalla finestra portato a creare questa installazione sia quello del deserto.
Si teme il deserto poiché non si scorge un panorama; ma non bisogna temerlo, non dobbiamo dimenticare che i deserti non sono vuoto e miseria; anzi, se provate a guardare lontano, verso l'orizzonte, s'intravede sempre una piccola oasi, che è come una parola ritrovata per mezzo del silenzio, gli uomini come piante, le ere mitiche come paesaggi quotidiani. Il deserto diventa sempre più il cammino da percorrere, la via da ritrovare, il silenzio da attraversare per poter ancora parlare con gli altri. Il ramo d'oro è la celebrazione della piccola oasi, fosse solo un'illusione o un miraggio di Fata Morgana, poiché riscopre tracce di un cammino lontano, porta alla vista commoventi reperti, raccoglie e conserva un pensiero prezioso come l'acqua: la materia è sempre e solo materia, tutti gli oggetti sono da raccattare per mutarli in cibo di corpo e mente, flussi e vibrazioni per invadere questo spazio altro. Luigi Ghirri, fotografo italiano, diceva che i luoghi sono depositi di immagini affettive che oi riutilizziamo come un alfabeto della nostra fantasia. Cosi come i giapponesi si riuniscono ogni anno ad Hanami per ammirare la fioritura dei ciliegi, Ignazio Fresu ha creato un luogo di contemplazione estatica dove radunarsi; è un luogo-concetto che ci proietta verso l'esterno, ci invita a vagare e portarci dietro i nostri racconti ed esperienze, è l'idea che tutto quello che facciamo o pensiamo appartenga a una trama che ci lega agli altri, e che determina i nostri gesti, i nostri atteggiamenti, quello che vogliamo e quello che non vogliamo. Per questo motivo, nell'opera, non vedrete altre figure umane che non siano la vostra e quella di chi vi sta accanto; Ignazio vuole mostrarci il massimo legame umano: tutti quelli che osservate, tutti quelli che ascoltate, tutti quelli con cui parlate sono congiunti e vanno come me, come voi, verso la morte: una meta inevitabile; insieme agli oggetti che creiamo e tutto quello che ci circonda: case, automobili, fiori, sassi, un cane, una nuvola. Il ferro si corrode, la pietra si sbriciola, il cemento si disgrega, il legno si consuma, gli esseri viventi diventano polvere e Il ramo d'oro si fa carico dello stesso fardello. Non c'è tristezza in tutto questo, solo una dolce malinconia, poiché tutti condividiamo questo tragitto accompagnandoci."




TRASMUTAZIONI Rocca Roveresca di Mondavio (PU) foto di Claudio Fazzini

lunedì 6 dicembre 2021


Video dell'installazione Verrà la morte e avrà i tuoi occhi con il commento musicale realizzato da Paolo Fresu accompagnato da Uri Caine al pianoforte.

"Il lavoro si presenta composto da due opere, l’intervento di Ignazio Fresu è stato quello di creare una sua Falsa-Porta formata da due pannelli simili a due battenti bronzei ricoperti in modo disordinato o sovrapposto di quegli abiti e indumenti un tempo abitati. E’ una Assenza di corpi, indumenti svuotati e richiami lontani, le false-porte sarde, egizie o etrusche. Segno di un passaggio o legame con l’Aldilà, interazione tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Uguale, oggi come quel lontano ieri. Simile, è quel bisogno ancestrale anche in quegli “effimeri” monoliti disposti sul prato, in piedi o accasciati, in ordine apparentemente casuale, da associare a quelle solenni strutture megalitiche, i cromlech, riconducibili alla indispensabile necessità umana che in forma collettiva tenta di placare aneliti lontani per rispondere a domande universali sull’eterno mistero dell’esistenza e del senso. Richiamano quella persistenza nel presente di arcaici luoghi di culto come Stonehenge o Gobekli Tepe nel Kurdistan turco, risalente a oltre 12000 anni fa, testimonianze monumentali dove l’antico uomo con l’uomo contemporaneo paiono condividere simili aspirazioni e riflessioni o i timori e le paure dell’umana fragilità. Come un bisogno di armonia, riconciliazione tra il mondo di sopra quello divino dello spirito, tra il mondo umano della materia ed il mondo infero al di sotto. Così alte strutture monolitiche divengono stele di memoria per un rituale indispensabile, la cui sottrazione e non consapevolezza, rende privi di quel contatto con la morte che permette di essere liberi e capaci di stabilire priorità significative in un reale incontro con se stessi e con la vita. “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” questo il titolo scelto dall’artista per il suo lavoro tratto dalla poesia di Cesare Pavese i cui diciannove versi sono similmente il numero diciannove di quegli alti monoliti in granulato minerale. Le due opere confermano il modo di lavorare di Fresu attraverso l’uso di materiali poveri e leggeri quali contenitori in polistirolo e abiti dismessi dove l’utilizzo di resine e granulati ne modificano la percezione tattile e visiva caricandoli di significati simbolici ed evocativi." Carla Carbone